mercoledì 3 dicembre 2014

I primi 20 anni di PlayStation!!!!!



Era il 3 dicembre del 1994 quando la prima scatoletta grigia con sopra il logo PlayStation uscì dalle fabbrica giapponese Sony per invadere i negozi di tutto il Paese e nei primi mesi del 1995 dell’Europa e degli USA. In appena trenta giorni divenne la console a 32 bit più venduta, ne furono infatti comprate più di trecentomila esemplari.

Ken Kutaragi è il papà della PlayStation. Era il 1984 quando Kataragi girovagando per la Sony, entra casualmente in una stanza e improvvisamente vede materializzarsi su uno schermo il volto di una persona generato da un computer. Quel prodigio era un software di grafica 3D studiato per le trasmissioni televisive. Kutaragi dovette insistere per molti anni per ottenere il prototipo del programma per la sua PlayStation che infine riuscì ad ottenere.   
Nacque così la prima PlayStation con grafica 3D, che la distingueva da tutte le altre console. Negli anni successivi uscirono molte altre console, sempre più evolute e moderne, sino ad arrivare all’ultima creazione. 
 
La nuova PS4
La PlayStation4 è un gioiellino che funziona come un social Network. Infatti con essa si possono condividere parti del gioco con gli amici per essere aiutati nel gioco, si possono postare video o immagini su FaceBook o Twitter. La console è anche dotata di un particolare sistema che permette scaricando l’App sul proprio Smartphone o Notebook di poter continuare a giocare anche fuori casa.

Quindi che dire a questo gioiello della tecnologia che in 20 anni ha fatto passi da gigante se non: Tanti Auguri PlayStation!!!!!
20 Anni di PlayStation
 
Una delle prime PS





martedì 2 dicembre 2014

Cent'anni di Canti Orfici...




 Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele! 5
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza...
Ne l’ultimo schianto crudele...
Le vele le vele le vele 10
Dai Canti Orfici “Barche amorrate”
Avevamo già scritto del poeta Dino Campana, ma ora ritorniamo a parlarne perché quest’anno cade il centenario della pubblicazione dei “Canti Orfici”, l’unico libro del poeta Scandiccese.


Proprio per festeggiare questa ricorrenze il Teatro Studio Krypton ha riempito la sua agenda di eventi riguardanti il poeta; gli ultimi saranno il 13 e il 19 dicembre ove il regista Giancarlo Cateruccio metterà in scena: Canti Orfici - Visioni.
Il 15 dicembre dal Teatro Studio e in diretta su Rai Radio 3, andrà in onda una serata per Dino Campana, lo spettacolo “E ancora ti chiamo, ti chiamo Chimera” a cura di Giancarlo Cateruccio. 

Già nel 1994, con un allestimento teatrale e un fitto programma di incontri e laboratori (varie le partecipazioni tra cui Mario Luzi, Roberto Carifi, Giuseppe Manfridi, Gabriel Cacho Millet e Gianni Turchetta), Teatro Studio Krypton si era occupato di Dino Campana, la cui esperienza poetica è forse la più tragica del Novecento italiano. Con Dino Campana ci troviamo di fronte all'incarnazione stessa del poeta come homo viator, l'esiliato e l'errante che segue il cielo, la stella invisibile del proprio destino, che obbedisce e risponde all'appello di una parola nuda e fatale.

Link per visualizzare il nostro precedente articolo:

giovedì 27 novembre 2014

Il Gigante chiamato Jimi Hendrix


Oggi sarebbe stato il compleanno di Jimi Hendrix, che poter dire di un personaggio cosi grandioso?
Beh innanzitutto che è stato uno dei maggiori innovatori della chitarra elettrica. Infatti durante la sua intensa e breve carriera è stato un pioniere delle sound che sarebbero diventate le future evoluzioni del Rock. 

Nasce nel 1942 come Johnny Allen Hendrix a Seattle dal padre James Allen “Al” Hendrix e la moglie Lucille Jeter, appena diciasettenne. Con molta propabilità il nome gli fu dato dalla madre in omaggio più importanti della sua vita, il marito e l’amante John Williams.
Fin dagli inizi il piccolo Jimi ebbe una vita travagliata. Durante la sua prima infanzia venne sballottato tra parenti e amici, perché il padre in servizio militare durante la seconda guerra mondiale lo lasciò alla madre la quale per via della giovane età era propensa a lasciare il bambino a casa per uscire a divertirsi.
Fino a quando presi dalle difficoltà economiche la nonna materna decise di affidare il piccoletto ad una coppia di amici, i Champ, che erano intenzionati ad adottarlo.
Ma nel novembre 1945 finalmente tornò il padre e recuperò il figlioletto cercando di salvare il matrimonio. 
L’11 settembre 1946 Al cambiò il nome al figlio, che divenne James Marshall Handrix, in onore del defunto zio di Jimi.

In questo breve periodo di quiete famigliare gli arrivarono due fratellini, Leon e Joseph, ma i gravi problemi economici che li costrinsero a trasferirsi in un povero quartiere periferico della città natale, e le continue liti famigliari, portarono i genitori a separarsi del tutto. La madre decise di andarsene e i figli, Jimi e Leon furono affidati al padre Al, mentre Joseph, il più piccino venne dato in affidamento.
La madre di tanto in tanto tornava a trovare i figli, ma questa discontinuità segnò per sempre la sua vita affettiva, creando grossi problemi nei rapporti umani ed affettivi della Rockstar.
I primi passi verso la musica del giovanissimo Hendrix furono faticosi. Jimi infatti cominciò a pizzicare la corda con il “filo sul muro”, per poi passare alla costruzione di un cordofono. Tutti metodi rudimentali, gli unici che però poteva permettersi. 
Il 2 febbraio 1958 le mancò la madre, che morì di cirrosi epatica. Dopo qualche tempo dalla perdita il padre Al regalò finalmente una chitarra vera a Jimi Hendrix, una chitarra che però era per destri ma lui era mancino. Tuttavia imparò velocemente a suonarla, rovesciandola, e questa abitudine caratterizzò tutta la sua carriera artistica.
Jimi cominciò suonando in piccoli pub in vari gruppi musicali, facendosi le ossa e pian piano carriera, sino a diventare il gigante conosciuto da tutti… E il resto è leggenda…


Muorì il 18 settembre 1970, ma le circostanze della morte sono ancora oggi sconosciute.
Il suo corpo è oggi conservato nella tomba di famiglia fatta erigere dal padre per il figlio al Greenwood Memorial Park di Renton, a sud della città natale. Sulla lapide insieme al nome venne fatta incidere la sagoma della Fender Stratocaster, quella che da sempre è riconosciuta come la sua chitarra simbolo.
Le esibizioni che sono rimaste nell’immaginario collettivo sono il suo esordio al Festival di Monterey nel 1967, durante il quale concluse la performance dando fuoco alla sua chitarra, davanti al pubblico sbigottito. E la chiusura del Festival di Woodstock del 1969 in cui reinterpretò l’Inno nazionale statunitense in modo provocatoriamente distorto e cacofonico, dandogli una dissacrante visionarietà artistica.